
Il 24 maggio 1921
nasce a Piacenza, al primo piano di Via Taverna n°137, Mario Magnani. Sarà il
terzo di quattro figli, il più vivace e “scavezzacollo”.
Tanto
da attraversare di corsa la strada per andare a scuola, senza pensare ai
pericoli; tanto da rompersi una gamba per essere rimasto incastrato tra le
rotaie del tram con la sua bicicletta; così impavido da rischiare l’annegamento
nel Po per fare il bagno senza saper nuotare!
Vivace ed incontenibile…frequentava la sua
parrocchia, ma quella sua vivacità non lo fece certo
accogliere bene. Fu per questo motivo che iniziò a frequentare, grazie ad una
zia terziaria francescana, Santa Maria di Campagna,
Basilica Santuario dedicato alla Madonna, dove si trova l’Ordine dei Frati
Minori Francescani. Qui qualcosa mutò profondamente Mario, tanto che divenne
più quieto e riflessivo, si fermava a lungo a pregare, ed aveva solo 10 anni.
Età in cui confidò alla mamma il proposito di diventare
frate Mario amava profondamente mamma Carmela e papà Oreste; capiva a quanti
sacrifici avrebbe portato quel suo proposito. Così un giorno scrisse un
biglietto al papà. Era il 20 gennaio 1931, compleanno di papà Oreste:
“Caro babbo, ricevi cari auguri e baci dal
tuo figlio, Magnani Mario. Babbo quando ho finito le scuole vado a fare il
barbiere. Ma quando ho 11 anni vado a Bologna coi
frati.” E si firmò Padre
Magnani Mario.
Così fu.
Esattamente un anno dopo Mario chiese ai genitori di andare, determinato e
sicuro. Non valse a nulla il pensiero di dover abbandonare il calore di casa e
famiglia.
La mamma aveva
una fede profonda che l’aiutava ad accettare i momenti difficili, mentre il
papà, frequentatore della Cooperativa Lupi attigua
alla loro casa, ritenuta un “covo rosso di agnostici socialisti”, fece molta
più fatica ad accettare la scelta di Mario. Quindi
Mario partì per il noviziato a Bologna accompagnato dai genitori, che lo
lasciarono lì, così piccolo ad attraversare un portone così grande. Era
l’autunno del 1932, e Mario chiuse le porte del mondo per entrare in una nuova
dimensione, per schierarsi con Cristo, tanto da cambiare il proprio nome in
Antonino, soldato di Roma martire per la fede cristiana, patrono di Piacenza.
La strada di Mario era decisa, nasceva Antonino, che quella strada percorrerà senza cedimenti, fino alla rinuncia della sua
stessa vita.
Il 27 agosto 1938 avviene la
vestizione di Mario Magnani, che diventa frate
Antonino.
Il
4 ottobre 1943 professione solenne dei voti, il 6 aprile 1946 ordinazione
sacerdotale a Piacenza ed il 26 ottobre 1947 partenza da Genova
per iniziare la vita da missionario.
“Il mio sogno si è avverato”, scrisse alla famiglia
durante quel suo primo viaggio.
Prima meta
L’arrivo a
Pechino avverrà il 14 dicembre 1947, con i compagni di missione Leone Leoni,
Eugenio Teglia ed Egidio Catellani. Il primo anno in
Cina sarà dedicato allo studio della lingua e dei costumi locali. Studi
interrotti alla fine del 1948 a causa delle voci di una probabile invasione della Cina da parte delle truppe di Mao.
Padre Antonino dovrà trasferirsi nel sud del Paese, a Siang
Tan. I
nizialmente svolgerà la sua missione
presso l’ospedale della città (facendo un corso per analista chimico),
ma saranno anni difficili perché molto presto le truppe di Mao Tse Tung
occuperanno i punti più importanti del Paese, costringendo i missionari
all’isolamento, con l’impossibilità di comunicare fra loro, di uscire di casa,
di svolgere la propria attività di missionari e sacerdoti; i frati non potevano
chiudere la porta di casa(cosa che li esponeva ai ladri e ad ogni sorta di
pericolo), venivano interrogati in piena notte su cosa stavano sognando ed ogni
sabato dovevano recarsi al posto di polizia locale; a padre Antonino venne
requisita la macchina da scrivere, così per molto tempo non si ebbero sue
notizie. Finchè un giorno padre Teglia ebbe il
coraggio di dire,
ad uno dei poliziotti di sorveglianza, che per loro era umiliante dover restare
chiusi in casa senza poter svolgere il proprio lavoro e che desideravano
tornare a casa. Iniziò una delirante trafila burocratica, che prevedeva la
richiesta ufficiale al “popolo cinese” di poter rimpatriare, con tanto di
domanda scritta, fotografia, pubblicazione dell’appello per 15 giorni sul
giornale locale. Finalmente, alle ore 13.00 del 6 novembre 1951 padre Antonino
scriverà alla famiglia: “Carissimi, ho
riacquistato la libertà varcando il confine cinese.
Con me c’è padre Eugenio Teglia. Non posso scrivere una lunga lettera, perché
sono a letto con la febbre. Da vari mesi non ricevo vostre notizie. Spero
stiate tutti bene.”
I due missionari
erano giunti ad Hong Kong. Padre Teglia tornò presto
in Italia per le condizioni precarie di salute di suo padre, mentre padre Antonino non chiese di tornare, anzi…aveva capito che
c’era bisogno in Papua, non lontana da Hong Kong, e si offrì di andarci lui. I
suoi superiori risposero: “se te la senti puoi
andare, ma guarda che è dura laggiù..”
Così, dopo tre
mesi ad Hong Kong, padre Antonino riparte per una
nuova avventura, sempre soldato di Cristo, sempre con il desiderio ardente di
portare sollievo alla sofferenza, dignità e giustizia ai suoi fratelli,
dovunque.
PADRE ANTONINO IN PAPUA.
Dopo la dolorosa
avventura missionaria in Cina, P. Antonino Magnani parte per
Crea una linea per il confezionamento
di biscotti e pane per integrare il vitto, organizza un complesso musicale,
aggiungendo un meraviglioso significato
morale e psicologico alle finalità terapeutiche(uso delle mani, delle dita e
dei tasti a pedale). Instancabile e generoso, allegro e disponibile, nonostante
le sue numerose malattie: dalla malaria alle febbri reumatiche, senza
dimenticare il diabete…condizioni che si aggravano ulteriormente dopo un
episodio accaduto durante uno dei viaggi per visitare un villaggio distante due
giorni di cammino da Aitape. In quell’occasione
uno dei giovani che lo accompagnavano si ammalò gravemente e necessitava
di essere trasportato in barella. Gli altri, forse per stanchezza o forse per
la paura di trascorrere la notte nella jungla, se ne
andarono lasciando solo p. Antonino con il malato. Mancavano circa 9 ore di
cammino e p. Antonino, senza esitare, si caricò il giovane sulle spalle e tornò
a casa. Come ce la fece, mingherlino com’era, lo sa
solo Dio. Subito dopo aver sistemato il giovane, p. Antonino crollò ed ebbe un
grave attacco cardiaco che lo porterà, poco tempo dopo, a dover subire la sostituzione
della valvola mitralica, intervento effettuato a
Sidney.
Nel 1973 il lebbrosario di Aitape viene ufficialmente
chiuso e trasformato in ospedale generico. P. Antonino costruisce nelle
vicinanze il Villaggio della Carità per accogliervi i lebbrosi ancora bisognosi
di cure. Alla sua morte il Villaggio diventerà "Villaggio Padre
Antonino" per lebbrosi e disabili e il Vescovo nominerà
p. Leone Leoni come direttore.
Attualmente il "Fr. Antonine
Service for lepers and disabled persons" è affiliato al "National
Board for disabled persons" e, con l'aiuto dell'ospedale di Lae, nel laboratorio del Villaggio p. Leone ha iniziato a
realizzare arti artificiali.
I compagni di missione in Cina p. Egidio Catellani e
p. Eugenio Teglia hanno prestato la loro preziosa opera in Papua per ben 48
anni, dal 1952 al 2000 quando, per seri problemi di
salute, hanno dovuto con grande dolore lasciare
P. Antonino ci ha lasciato in eredità la
testimonianza della sua vita semplice e lineare, del suo
Amore per Cristo, che continuano a farci riflettere sulla mediocrità delle
nostre vite.