|
Esperienze- Sonia |
|||||
|
|||||
|
KENYA:L’ESPERIENZA DI
SONIA. Karibu in Kiswahili
significa benvenuto. E’ un saluto che la gente del posto ed i missionari
fanno con il cuore ed il saluto con il quale mi hanno accolta nelle tre
settimane trascorse in Kenya quest’estate. Era da tanto tempo che
sognavo di fare un’esperienza tra i più poveri dei poveri, di condividere un
pezzetto della mia vita con i popoli del sud del mondo, ma per l’Africa
provavo un’inspiegabile attrazione e sentivo che era lì che dovevo andare. Appena atterrata
all’aeroporto di Nairobi, Sr. Teresa (la delegata del Kenya) mi ha
accompagnata al “Consolata Father’s Children House” di Kahawa, alla periferia
della città, perché è lì che avrei trascorso la prima settimana del mio
soggiorno. Kahawa (come viene comunemente chiamato) è un centro di recupero per
gli “street children” (lett. bambini di strada) fondato al tempo dai padri
della Consolata ma oggi gestito in comunione con le Figlie di S. Anna. Nel
centro abitano al momento 81 (ex) bambini di strada, di età compresa tra i 6
e i14 anni, tutti orfani (la maggior parte) o rifiutati dalle loro famiglie.
Confesso di aver avuto un po’ di timore all’idea di incontrarli, forse perché
mi aspettavo un po’ di diffidenza nei miei confronti, ma l’accoglienza è
stata straordinaria, di un calore indescrivibile, commovente: decine di
bambini intorno a me con i loro braccini tesi e pronti a darmi la mano in
segno di saluto e tutti a presentarsi con il classico “WELCOME! My name is…
what’s your name?” e da allora siamo diventati subito amici. Rammento la
prima volta che sono entrata in una delle classi dove i piccoli fanno i
compiti al ritorno da scuola seguiti dai maestri africani della missione:
seduti ai loro banchetti, scalzi, con quei vestitini rotti e consunti, quegli
occhini incuriositi, quei sorrisi sereni. Ricordo di aver guardato quei
visini gioiosi con tanta commozione; la serenità, la gioia e la semplicità
che tanto strideva con quella vita di stenti e di privazioni mi ha portato a
chiedermi quale fosse la vera povertà… Alla mattina io e Jackson, un bambino
che non frequenta la scuola pubblica perché ammalato di epilessia, usavamo
stendere insieme al sole i vestitini dei compagni lavati alla sera dalle
suore. Una mattina, intanto che io stendevo su un filo e lui sull’altro,
Jackson tentava di insegnarmi qualche canzone in Kiswahili, lui cantava una
strofa ed io dovevo ripetere. Il risultato non è stato dei migliori, visto
che non parlo una sola parola di questa lingua, ma, nonostante tutto, questo
ci univa moltissimo. Lui era contento di insegnarmi qualcosa e non si rendeva
certamente conto di insegnarmi molto di più di una semplice canzone: il suo
estremo bisogno di donare e ricevere affetto, la sua semplicità senza
riserve, senza maschere, senza pregiudizi,un amore puro e sincero trasmesso
con un semplice sorriso (è così difficile per noi oggi sorridere ad un
estraneo!) una carezza, un gioco, una canzone… Alla fine della settimana sono
partita per Lengesim (o Lenkisem in lingua locale),una comunità nel cuore
della savana tra i villaggi Masai. A Lengesim si vive tra la gente. I Masai
abitano i “boma” ovvero capanne fatte di paglia, legno e sterco mentre le
uniche strutture di muratura esistenti sono la chiesa, la scuola, le
abitazioni dei missionari e l’ospedale, gestito dalla dottoressa piacentina
Francesca Lipeti. Francesca è una donna forte e straordinaria che da più di
dieci anni vive sola, in Kenya, per condividere la sua vita con la
popolazione Masai. Grazie a lei ed al suo centro medico oggi la gente viene
curata e i bambini vaccinati; basti pensare che qualcuno fa anche
Sonia Sirocchi - Piacenza
|