Bologna, 7 ottobre 2006

 

Caro fratello Osvaldo,

mi è capitato tra le mani il plico della tua associazione a favore delle missioni, particolarmente inserito nella vita di p. Antonino Magnani, ex missionario in Cina e Nuova Guinea. Io sono interessato a fare luce su questo frate col quale ho passato tutto il periodo della formazione religiosa e degli studi liceali e teologici. Voglio farti rivivere non solo il curriculum del tempo delle attività missionarie di p. Antonino che riguardano il suo fare di tutto un po’, come avviene quando si giudica il nostro prossimo dalle imprese che si sono superate e dai problemi risolti, un po’ bene o un po’ male. Nelle indagini che vai raccogliendo sulla vita del buon missionario non fissare solo le opere.

P. Antonino è venuto fuori da una mentalità che gli è cresciuta dentro, con l’appoggio di sua mamma, avviato a trovare nel sacerdote un organizzatore della gente. Spesso veniva nella mia stanza per chiedermi come intendevo svolgere il mio cammino di francescano dato che facevo parte del gruppo “circolo missionario” che si radunava ogni mese per aiutare spiritualmente il lavoro-fatica dei missionari ai quali non potevamo mandare che delle preghiere. In particolare voleva conoscere che effetto mi faceva il portare il nome e cognome di un martire: beato Elia Facchini, ucciso in Cina dai Boxer mentre guidava alcuni dei seminaristi alle loro case per allontanarli dalla persecuzione dei cristiani. Nelle riunioni usciva sempre fuori il ragionamento del rischio che comportava il fatto di essere considerati dal popolo dei forestieri e, in Cina specialmente, dei clandestini. Le mie risposte alle sue considerazioni erano quelle di non pensare ai rischi che s’incontrano, ma piuttosto che andare in Cina era un viaggio senza ritorno sia per la lontananza che per le spese. Frate Antonino portava i ragionamenti al confessore, certo P. Girolamo Porta, un ex missionario in Cina, con il quale apriva lunghi colloqui facendosi spiegare le imprese e gli imprevisti del missionario. Con me riservava l’obiezione che un vero missionario è colui che sceglie questo stato “per sempre” cioè un amore così profondo da non perdere, qualunque cosa potesse capitare.

Eravamo prossimi alla professione solenne e con questo atto era compresa la fedeltà ai voti di castità-povertà-obbedienza con queste parole: “toto tempore vitae meae” tradotto in volgare: PER SEMPRE. Ricordo che il giorno stesso dei voti appuntai sulla mia porta: per sempre, come richiamo ad una decisione perpetua. Questo passo l’ho interpretato come una prospettiva umana, un dare resistenza e consistenza alle cose che amiamo, non a delle istituzioni da rispettare, ma a delle cose che sono profondamente scritte in ciò che siamo, per non rimanere individui senza peso e senza appartenenza, senza capacità di agire mentre l’amore è l’esperienza centrale dell’umano in tutte le sue forme.

Fu questo il momento che P. Antonino mi diede il titolo di amico, confidente sincero col quale si poteva aprire con la sicurezza che nessuna cosa ci poteva dividere. Quando per lui venne il giorno della partenza per la Cina, volle presentarmi la mamma, la sorella, perché io le incoraggiassi dicendo:”lui la pensa come me; quando vorrete sapere che cosa penso e come vivo rivolgetevi a padre Elia”. Sia nel periodo della missione cinese che nei lunghi anni passati in Nuova Guinea tenemmo una corrispondenza ininterrotta, un’immutabile stima ed un coerente pensiero. Durante il suo ultimo soggiorno in Italia si rivolse a me, perché lo portassi alla stazione in macchina. Ricordo benissimo il suo discorso: “sono stato visitato dal cardiologo, il quale ha cercato di dissuadermi dal tornare in missione, ma lo sai che non posso fare marcia indietro: io sono di quelli che hanno detto PER SEMPRE”. Era il suo motto, era la sua strada. Mi scriveva più spesso, tanto che cominciai a tenere la sua corrispondenza nella convinzione di aver ascoltato la parola di un’anima scelta per divenire un modello nel futuro. Le sue lettere le ho consegnate a p. Benigno Benassi per assicurarne un perenne ricordo.

Caro Osvaldo, questa lettera vuole essere un incoraggiamento a condurre con costanza l’impresa di portare alla luce e divulgare la forma sanctitatis di p. Antonino, come io sto facendo da dieci anni per la figura di p. Marella. I santi camminano con noi e per noi.

Saluti fraterni e auguri

p. Elia Facchini